Alessandro Seri (presidente ADAM) è nato a Macerata nel 1971, ha pubblicato il suo primo libro nel 1998. Nel gennaio 2006 è uscito il suo secondo libro “Rampe per alianti” per Pequod. Suoi testi sono presenti nelle antologie “L’apparecchio di Junior” (Zona, 2002), “Nodo Sottile 3” (Crocetti, 2002), “L’opera continua” (Perrone Editore 2005), “Porta Marina” (Pequod 2008), “Il silenzio della poesia” (Fara 2008), “Vicino alle nubi sulla montagna crollata” (Campanotto 2008), “Pro/Testo” (Fara 2009). Ha curato per otto anni la sezione letteraria del Festival “Artistrada” ed è stato ideatore del premio letterario Poesia di Strada, giunto alla XIII edizione, del quale presiede la giuria. È direttore artistico del Festival Licenze Poetiche. Nel 2007 ha rappresentato l’Italia al VI Meeting Internazionale “Poetas” di Coimbra (Portogallo). Nel 2009 è stato ospitato a Bruxelles (Belgio) dalla prestigiosa libreria Piola per la presentazione di “Rampe per Alianti” e nel 2010 ha presentato testi inclusi nell’antologia “Pro/Testo” in una piccola tournè letteraria a Barcellona (Spagna). Le sue poesie sono tradotte in inglese, portoghese e castigliano.
VI
Perché di me conservi gli occhi
la cordigliera della schiena
e tutto il corpo ed il respiro
il battito di ciglia, la proiezione al nuovo
c’è assai destino nei disegni
sotto le piante, nei giochi del giardino
cercami pure quando entri
per lo spettacolo, senza timore alcuno
nel fondo della sala tra i presenti
e troverai uno specchio ove specchiarti
perché il coraggio è cosa rara
non è merce, non si vende
quando non piangi dopo una caduta
e per assicurarti la mia reazione osservi
sappi che lo conosco bene
l’idolo del dimostrarsi fermi
non c’è capitolo di soluzione bensì
rincorrersi di crocevia, somma di eventi
nel compito che gli anni m’hanno regalato
io non vorrei pesarti ma esserti d’aiuto
di lato affianco parecchio defilato
con gli occhi suggerirti, suggeritore muto.
MASSIMILIANO PRIMO D’EUROPA
ha attraversato l’Europa
su un’audi marrone
mentre la Gioiosa di Carlo Magno
unificava le scritture
ed io allaccio rette trasparenti
di donne e anni leggeri
alla vigilia di una cerimonia
si formano ogive di chianti
e madonne acefale nella mia testa
persino il seno dell’architettura
mi allatta gli occhi
oggi il centro del mondo
è un atomo, una piazza atomica
anatomica fiera di scale e porticati
santissima annunziata
la stazione di Bologna
ESTREMO ORIENTE
imperfetti in distanza
pendenza insolita alle mie gambe
portali laterali antichi
quanto i dialetti.
Mi fermo a mezza salita
ad ascoltare il brusio
degli studenti fuorisede.
Per ogni passo
c’è un occhio spento
un colore a caso
si catapulta dal mio passato
e la sera sono stanco
da non poter salire verso il centro
V
Comune ai santi dispersi
c’è profonda amarezza e coraggio
non sopravvivono che pochi giorni
tristi di stelle stampate e tacche
da apporre ai biberon
e sulle carlinghe rosse
impuri più delle piazzole all’ombra
lenti nella lettura e nel mangiare.
Si rumina la storia personale
erba medicea fumata dopo il lampredotto
spargere l’olio sulla padella e sul divano
cambiare l’ora attendere che batta il tempo
per conquistare cambi estate inverno
la pasta, i quadri, i doni floreali
vanno misurati attenti
come le istanze dei beati e i pavimenti.
VI
Dovere c’insegna san miniato con foto in digitale
altri spazi altri santi gimignani cullati anni
che forse qualcuno in più questa notte di ponti e porte
s’accorge oltre me il medico di guardia che scompare
la mano della madre a coprire le lenzuola
una preferenza poche ore prima degli anelli
dell’altare coperto di fiori e salmi
strade d’estate campanelli
la corsa in bicicletta leggendaria
come le macchine e le moto scortate al giuramento
di Liguria e a quello più denso di Bologna.
Colpiti al punto che smettemmo le scarpe ad asciugare
sulla terrazza del sacro cuore. Ora di notte sotto
questo assedio di transistor e satelliti mi gioco
poche carte quelle del principe che beve vodka
e non falerio che scarseggia più delle ore ancora da passare
dal poi che arriva dopo la preghiera si fonde l’arabesco
di gioventù con giorni cocenti e cuscinetti a sfera
II
ci stan due piedi piccoli che dormono
si spostano con logica d’assenza
al battere costante delle imposte
un fiato appena nato scosta nell’ordine dei giorni
un capomastro morto sul dorso dell’inverno
e le mie ali storte s’invecchiano
spellate tanto sulla schiena non le guardo
l’eredità che lascio è solo tempo perché
l’amore non esiste esiste il tempo
poche menzogne un cesto di panni sporchi
la luce accesa di cento notti insonni
a mendicarmi gli occhi ed il coraggio
IV
La colpa è il mio compagno e non si placa
un giogo a forma d’ombra che mi segue
distante non proprio alla figura
la virgola in grassetto che scolora
slacciato dalla trinità del corpo
curvato nell’osservarmi embrione
con il proposito costante e difettoso
che presto si fa voglia di partenza
quel che tu sai non volle la memoria
colta a riprendere la rotta inversa
nell’evidente assenza di confine
moltiplicata in centri è l’esistenza
Scaramanzia
L’inverno canuto dei miei vecchi
scartati al caldo della casa
costretti al ruolo di regali
soffiando frasi sugli amici morti
non vogliono far nomi, limitano i ricordi
per religione e per rispetto sordi
anche per malia ho l’impressione.
Lamentano con grazia qualche ora
rinunciano con saggia preveggenza
al male roco dei trapassanti lenti
con ironia sagacia sorridendo
Hanno le guance rubiconde e fredde
le unghie delle mani spesse
covano strazi per i nipoti assenti
ti guardano andar via con gli occhi vinti
chiedono – quando torni? –
si affidano con la domanda
contro la morte e i giorni
Sottrazione
in una notte tutti
sono parecchi
una decina i lutti.
E se sottraggo a trentasette trenta
mi appare un ragazzino tristo
e solitario di confidenze stretto.
Sembrava di recente tempo
non apprezzare inganno
t’hanno sparato alle ginocchia
l’aroma della chiesa voleva
farti santo.
Pur la madonna scesa in paradiso
senza avvisarti nei tuoi cassetti
ha rovistato e pianto
anche sugli angoli dove le porpore
si cumulano scaglie di derma.
In quest’età mezzana
ci restano i legni delle panche
sedili da indicare al taglialegna.
Duecentoventi inutili motivi che meno
li ricordi meglio vivi.
Confuscio
come back dal letargo
con le gambe a strisce
che monto sulla giostra
dei cavalli deluso di decimetri mancanti.
Mi netto, sol fatto la laguna
regina dei quadri ritrovati
proscenio di danza di squilibrio
tre sette due colpi di fortuna.
Ritiro la lenza nel bicchiere
sgrullo gli anelli della catena
richiudo il labirinto coi miei denti
gettando biscotti sulla scena.
L’assenzia è moglie prediletta
scandalo assole di lampada e petrolio
faccia di pesce verdastra lisca
cosparso sul bancone persio
rancore di sandalo dell’oste.
Circola intonaco e miscela a tre
Li spiriti, l’anime, l’essenze che non c’è,
minutro in cerca della tromba
sonante del silenzio l’ondra.
Moto colomba dopo l’alluvione
massetti cemento pare una prigione
la palla al piede che resta appiccicata
non per bravura ma per zavorra illimitata.
Ora la vedi sbeffeggia al diffusore
la moglie appariscente del sacro calciatore.
Amleto resta nero col coccio d’uovo in testa
Manca di senso e suono questa poesia maldestra






